C’è un dato che dovrebbe bastare, da solo, a imporre una priorità politica e sociale: in Europa oltre un adolescente su sei convive con un disturbo mentale e il suicidio resta tra le prime cause di morte in età adolescenziale. Dietro questi numeri non ci sono solo statistiche, ma storie di isolamento, di malessere e difficoltà che faticano a emergere, di bisogni intercettati tardi o non intercettati affatto.

A partire da questa consapevolezza è nato il progetto “Mettere la salute mentale degli adolescenti al primo posto”, finanziato dalla Commissione Europea e promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dal Ministero della Salute e da ProMIS. Conclusosi a febbraio di quest’anno, il progetto ha avuto l’obiettivo di rafforzare i servizi di salute mentale e supporto psicosociale per gli adolescenti tra i 10 e i 19 anni, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, attraverso una migliore integrazione tra sanità, scuola, servizi sociali e comunità.

Due anni di confronto con Ministeri, Regioni e attori locali hanno fatto emergere una convinzione condivisa: mettere in connessione i sistemi è la condizione necessaria per trasformare l’impegno in risposte concrete, quotidiane, capaci di non perdere i ragazzi nei passaggi. Le esperienze raccolte raccontano territori vivi, servizi che sperimentano, professionisti che collaborano oltre i confini istituzionali, spesso con risorse limitate ma con una forte capacità di innovazione. Questa energia diffusa, spesso invisibile, rappresenta una base solida su cui investire oggi.

Costruire un sistema efficace di salute mentale e benessere psicosociale per gli adolescenti significa innanzitutto garantire un accesso semplice, non stigmatizzante e vicino alla loro vita quotidiana. I servizi devono essere raggiungibili senza barriere burocratiche, culturali o psicologiche, integrati con spazi a bassa soglia, scuole, servizi sociali e canali digitali, capaci di parlare il linguaggio dei ragazzi e di intercettare il disagio prima che diventi crisi.

Per rendere le risposte più efficaci e pertinenti è fondamentale coinvolgere attivamente i giovani nella progettazione e nella valutazione dei servizi – attraverso forme di partecipazione strutturata e peer education. Infatti, quando i servizi vengono progettati con i giovani funzionano meglio di quando vengono progettati unicamente per i giovani.

Allo stesso modo, un sistema realmente integrato non può prescindere dal ruolo delle famiglie, soprattutto di quelle che faticano ad arrivare ai servizi, né trattare i bisogni degli adolescenti come se fossero tutti uguali. Ragazzi con background migratorio, disabilità o che vivono in aree interne pongono domande diverse e richiedono risposte coerenti: percorsi flessibili, culturalmente sensibili e inclusivi, sostenuti da mediazione stabile, presenza territoriale e collaborazioni con comunità e terzo settore.

Un nodo particolarmente critico resta la transizione tra minore età ed età adulta, dove ancora troppi ragazzi si perdono. Garantire continuità di cura significa superare rigidità anagrafiche, sviluppare modelli flessibili e servizi capaci di accompagnare nel tempo. Una continuità che passa anche da un supporto psicosociale che non si esaurisce nella dimensione clinica, ma valorizza relazioni, spazi sociali e comunità, a partire dalla scuola come nodo strategico per la prevenzione e l’intercettazione precoce.

Tutto questo richiede anche infrastrutture adeguate: piattaforme digitali interoperabili, sistemi di monitoraggio condivisi, capacità di valutare gli esiti. Ma soprattutto richiede stabilità. Senza finanziamenti strutturali e senza un percorso di istituzionalizzazione, anche le pratiche più promettenti rischiano di restare episodiche.

Il contesto non potrebbe essere più favorevole. Le indicazioni emerse dal progetto si inseriscono in un quadro di riforme già avviate: il Piano Nazionale per la Salute Mentale e il Piano di Azione Nazionale per la Garanzia Infanzia delineano una visione chiara, integrata e orientata alla prevenzione. Questa finestra di opportunità non può essere lasciata andare.

Se vogliamo davvero costruire un sistema capace di rispondere ai bisogni dei più giovani, dobbiamo continuare a investire nel dialogo, nella formazione e nella collaborazione intersettoriale. Dobbiamo riconoscere che la salute mentale non è un tema da delegare a questo o quel servizio, ma un terreno comune su cui si gioca il futuro delle nostre comunità.

 

A cura di Ivan Mei e Paolina Marone, UNICEF ECARO

 

Per approfondimenti si veda:

Linee guida per un approccio integrato per il benessere e la salute mentale degli adolescenti in Italia

e la sezione del sito del Gruppo CRC dedicata a Salute mentale