In occasione delle ricorrenze di questo mese, la Giornata Internazionale della donna (8 marzo) e la Festa del papà (19 marzo), e della recente bocciatura, senza offerta di alternative, della proposta di legge per un congedo paritario ben retribuito e allargato a tutte le categorie di lavoratori, la rete Alleanza per l’Infanzia è uscita con un documento sul tema e la proposta di aprire una discussione bipartisan che imposti un realistico processo a tappe, con tempi e impegni certi, per aprire la strada al riconoscimento che la cura delle bambine e dei bambini piccoli è una responsabilità e un piacere di entrambi i genitori e va a beneficio della società tutta.

Decenni di ricerca scientifica internazionale hanno dimostrato i numerosi benefici che il coinvolgimento precoce dei padri nelle attività di cura comporta, non solo per le madri, ma anche e soprattutto per figlie e figli. Bambine e bambini il cui padre sia stato attivamente e precocemente coinvolto nei primi anni della loro vita mostrano più elevati livelli di competenze cognitive e sociali, migliore autoregolazione e autostima, e migliori progressi scolastici.

Congedi di durata consistente fruiti dai padri contribuiscono anche all’aumento e alla stabilizzazione dell’occupazione femminile. Purtroppo, come evidenziato da numerosi studi, la responsabilità di cura in Italia continua invece a gravare in modo sproporzionato sulle donne e sulle madri, nonostante la lenta evoluzione del ruolo paterno, soprattutto fra i più giovani.

Nell’Unione Europea l’Italia è al primo posto per durata del congedo di maternità (anche se pagato al 100%, come in molti Paesi europei, solamente dove è intervenuta la contrattazione collettiva), ma resta agli ultimi posti per i congedi riservati ai padri: 10 giorni, contro le 19 settimane della Spagna e le 20 della Norvegia, per fare solo due esempi.

È evidente che soli 10 giorni di congedo per i padri non sono sufficienti a favorire una reale condivisione della responsabilità genitoriale e l‘instaurazione precoce del legame padre-figlio/a. Rimangono inoltre escluse diverse categorie di lavoratori, quali gli autonomi, gli iscritti alla gestione separata e i lavoratori domestici.

Malgrado la forte domanda sociale e le evidenze dell’importanza di una equa condivisione della cura, nulla è stato fatto in questi anni per render possibile la maggiore presenza dei padri accanto ai loro bambini/e, e accanto alle madri. Anche le importanti misure approvate nelle ultime due Leggi di Bilancio che hanno riguardato i congedi parentali (ma sarebbe meglio dire “genitoriali”), in particolare l’aumento strutturale dal 30% all’80% dell’indennizzazione per tre (su dieci) mesi di congedo parentale, non hanno dato segnali espliciti in questa direzione. Questi mesi sono infatti tutti trasferibili tra madre e padre, nonostante le proposte emendative presentate per limitarne la trasferibilità in modo da incoraggiarne la condivisione. La recente bocciatura senza offerta di alternative della proposta di legge per un congedo paritario ben retribuito e allargato a tutte le categorie di lavoratori ha segnato nuovamente una situazione di stallo e di contrapposizione tra le parti.

Sarebbe opportuno impostare da subito una riflessione, che coinvolga maggioranza e opposizione, per avviare un processo per fasi, ad esempio portando da 10 giorni a tre mesi il congedo di paternità obbligatorio ben indennizzato, estendendolo a tutti i lavoratori, e raddoppiando in un primo tempo i mesi di congedo parentale, anch’essi ben indennizzati, assegnandone la metà a ciascun genitore (salvo che nel caso di genitore solo, ovviamente), per poi aumentarli gradualmente entro un orizzonte temporale definito. Quello che appare necessario in questa fase è impostare un processo a tappe, con tempi e impegni certi, per aprire la strada al riconoscimento che la cura delle bambine e dei bambini piccoli è una responsabilità e un piacere di entrambi i genitori e va a beneficio della società tutta.

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