Il sistema scolastico italiano continua a confrontarsi con criticità strutturali irrisolte, mai affrontate all’interno di una strategia organica e di lungo periodo. Tra i problemi più rilevanti figurano l’elevato turnover del personale docente e i ritardi nelle procedure di assegnazione, i numeri molto elevati di studenti per istituto — spesso distribuiti su molteplici sedi in seguito al ridimensionamento delle strutture —, la persistente inadeguatezza delle infrastrutture scolastiche e degli ambienti di apprendimento, e la carenza dei servizi a supporto di studenti e famiglie in condizioni di svantaggio. A tutto ciò si aggiungono alcuni recenti interventi che, agli occhi di chi tutela i diritti dei minorenni, sollevano interrogativi sulla capacità del sistema educativo di garantire equità e contrastare discriminazioni e diseguaglianze.
È in questo contesto che va analizzato il processo che ha portato alla definizione delle Indicazioni nazionali 2025 per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo. A partire da settembre 2026 ogni istituzione scolastica sarà chiamata a adattare i programmi, valutare e adottare nuovi libri di testo e introdurre azioni di aggiornamento dei PTOF (Piano triennale dell’offerta formativa). Rimangono sospese alcune delle domande che una gran parte del mondo della scuola si è posta sin dall’inizio di questo processo, all’uscita della prima bozza del documento, a marzo del 2025; in particolare rimane l’interrogativo emerso sin dalla prima bozza: la scuola italiana aveva davvero bisogno di una revisione delle Linee Guida perché le Indicazioni del 2012 non rispondevano più alle esigenze attuali?
Domande che si sono poste anche ActionAid, Coordinamento Genitori Democratici, Legambiente Scuola e Formazione e Libera, associazioni e numeri contro le mafie, confrontandosi in questi mesi con docenti, associazioni professionali, movimenti studenteschi e mondo accademico, segnalando sia la mancanza di un processo trasparente e partecipato di revisione delle indicazioni, sia i contenuti delle stesse. Tutti i soggetti con i quali è stato avviato il confronto hanno denunciato una profonda inversione di marcia rispetto al paradigma culturale e alla complessità delineato dalle Indicazioni nazionali precedenti: le indicazioni 2025 promuovono un modello ideologico orientato al passato, fortemente identitario; specifici passaggi del testo sono percepiti sia divergenti con i principi e valori costituzionali fondanti della scuola italiana, sia limitanti l’autonomia scolastica.
Esaminando le Indicazioni Nazionali attraverso la lente della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CRC), è evidente quanto bambine e bambini siano debolmente riconosciuti come soggetti competenti, capaci di contribuire e partecipare alla comprensione della realtà e alla sua trasformazione. Rischiano di essere rappresentati prevalentemente come destinatari passivi, nominati unicamente in funzione del mondo adulto, rappresentato da un modello ancorato al passato, prevalentemente trasmissivo: si torna alla “scuola del programma”, che mortifica la libertà di insegnamento e il principio di autonomia scolastica, garantiti dall’articolo 33 della Costituzione.
Il testo delle nuove Indicazioni Nazionali presenta molteplici rimandi alle Linee guida per l’educazione civica, emanate nel settembre 2024, e che avevano sollevato particolari critiche da parte della comunità scolastica. I punti di contatto tra i due documenti sono evidenti in relazione alla marginalizzazione del tema della sostenibilità ambientale e della transizione ecologica, subordinati agli obiettivi di sviluppo economico, privilegiando un approccio di tipo imprenditoriale e competitivo, e all’assenza di riferimenti all’educazione all’affettività e alla sessualità, ampiamente riconosciuta da UNESCO e OMS come strumento essenziale anche per prevenire la violenza di genere.
Non ultimo, permane la discutibilità di una narrazione prettamente unidirezionale sulle origini della civiltà e della cultura occidentale, apparentemente ignara della realtà multietnica delle scuole stesse. Le esperienze al fianco delle scuole ci insegnano che una narrazione centrata prettamente sulla storia e cultura nazionale può generare nei ragazzi e nelle ragazze con background migratorio un senso di esclusione. Al contrario, ragionare in un quadro di storia mondiale favorisce il riconoscimento, la valorizzazione e l’inclusione delle diverse identità, rendendo universale e democratica l’esperienza scolastica.
Il Consiglio di Stato ha dato parere favorevole al regolamento sulle nuove Indicazioni nazionali, che entreranno in vigore a partire dall’anno scolastico 2026-2027, ma come organizzazioni, continuiamo a sostenere nei luoghi deputati l’importanza di promuovere un’offerta formativa volta al pluralismo, inclusione e qualità dell’offerta formativa.
A cura di Maria Sole Piccioli – ActionAid Italia, Angela Nava – CGD – Coordinamento Genitori Democratici, Elena Ferrario – Legambiente Scuola e Formazione e Elisa Crupi – Libera, associazioni e numeri contro le mafie
Per approfondimenti si veda:
Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica
Si rimanda su questo tema al recente approfondimento del Coordinamento CRC Educazione all’affettività e alla sessualità. Voci ed esperienze dei territori – Gruppo CRC
