In Italia, quello che viene definito come “inverno demografico” è diventato un fenomeno strutturale. Come già osservato in precedenti approfondimenti, e come del resto emerge anche dalle ultime rilevazioni di Istat sul tema, il calo delle nascite non accenna a interrompersi. Secondo i dati dell’istituto, ancora provvisori infatti, nel 2025 i nuovi nati sono stati circa 355mila, 6 ogni mille abitanti.
Allargando lo sguardo agli ultimi 17 anni, rispetto al picco di nascite registrato nel 2008, la contrazione complessiva risulta pari al 38,4%.
Tali dinamiche hanno diverse motivazioni. La prima è di natura strutturale: le persone in età fertile sono molte meno rispetto al passato. La popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni (considerata convenzionalmente come la fascia d’età riproduttiva) è scesa da 14,3 milioni nel 1995 a 11,4 milioni nel 2025. A ciò si aggiunge una minore propensione da parte delle giovani coppie ad avere figli.
Una tendenza influenzata da diversi fattori, che non può essere semplicisticamente ricondotta a un’unica causa. Tra questi tuttavia può incidere in maniera significativa la mancanza di supporti adeguati alla genitorialità. Un recente studio di Istat ad esempio ha approfondito il contributo alla natalità della presenza di asili nido e servizi rivolti alla cura della prima infanzia, mostrando che un incremento sostanziale della disponibilità di servizi possa avere un effetto positivo e statisticamente significativo sull’andamento delle nascite. Anche se l’effetto causale riscontrato dalla ricerca è quello di un rallentamento del calo delle nascite piuttosto che di un incremento assoluto, si tratta di un elemento su cui riflettere nella definizione delle politiche pubbliche su questi temi.
Alcune recenti pubblicazioni dell’istituto di statistica analizzano l’inverno demografico concentrandosi non solo sul dato riguardante i nuovi nati ma anche sul tasso di natalità e quello di fecondità.
Per quanto riguarda il primo aspetto, come già detto, nel 2025 si sono registrati in totale circa 355mila nuovi nati, in diminuzione del 3,9% rispetto all’anno precedente (circa 15mila in meno). Se si confronta questo dato con il picco del 2008, quando i nati erano stati oltre 576mila, la perdita complessiva è di circa 221mila nascite. Un declino che si riflette anche nel tasso di natalità, vale a dire il numero di nuovi nati ogni mille abitanti. Questo indicatore è infatti passato da 9,7 neonati ogni mille residenti fatto registrare nel 2008 ai 6 per mille del 2025.
Oltre alla già citata diminuzione delle potenziali madri, assistiamo anche a un calo del tasso di fecondità. Nel 2025 infatti, il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Questo valore rappresenta il nuovo minimo storico, dopo che già nel 2024 si era già raggiunto un picco negativo (1,18). Il precedente minimo, pari a 1,19 figli per ogni donna, risaliva al lontano 1995. L’Istat sottolinea come siamo ormai lontanissimi dalla soglia di ricambio generazionale di 2,1 figli per donna. L’ultima generazione di donne a garantire tale soglia è stata quella delle nate nel 1947. Un dato paradossale, se si considera che le indagini sono generalmente convergenti nell’indicare in due il numero di figli desiderato dalle persone.
Riuscire a intervenire su fenomeni strutturali come la diminuzione delle potenziali madri è piuttosto complesso. Dove invece le politiche pubbliche possono riuscire ad avere un impatto, anche nel medio termine, è su altre contingenze. Ad esempio sugli aspetti economici o sulla mancanza di strutture di supporto, che scoraggiano a fare figli anche chi invece vorrebbe averne. Da questo punto di vista, analizzare i desideri delle persone è fondamentale per comprendere il fenomeno.
Una recente pubblicazione di Istat ha approfondito le intenzioni di fecondità della popolazione. Secondo l’analisi dell’istituto, nel 2024 solo il 21,2% degli under 50 intendeva avere un figlio nei successivi tre anni. Nel 2003 questa quota era del 25%. Questo significa che oltre 10,5 milioni di persone in età feconda non intendono avere figli o non vogliono averne altri. Tale scelta però in diversi casi appare più subita che voluta.
Le motivazioni economiche rappresentano il primo grande scoglio, segnalate da circa un terzo delle persone che hanno riferito ostacoli nel realizzare i propri desideri. Questa preoccupazione è particolarmente sentita dagli uomini tra i 25 e i 34 anni. Al fattore economico si affiancano le criticità legate al mondo del lavoro. Circa il 9,4% del campione ritiene di non disporre di condizioni lavorative adeguate per accogliere un figlio. Questo dato è strettamente connesso alla percezione di instabilità: quasi un quarto delle donne tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere garanzie sufficienti per intraprendere il percorso della maternità.
Un ulteriore elemento di freno è rappresentato dai fattori biologici e anagrafici. Poco meno di un quinto degli intervistati indica l’età come motivo principale della mancata realizzazione dei propri desiderata, un problema che riguarda la metà delle persone (51,7% tra le donne) nella fascia tra i 45 e i 49 anni. Infine, pesano in modo significativo i nuovi carichi di cura che gravano sulle generazioni attuali. L’11,5% delle persone in età feconda dichiara di dover rinunciare alla genitorialità perché impegnato nell’assistenza ai propri genitori anziani. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra i 45-49enni, dove la quota di chi si prende cura dei genitori raggiunge il 17,9%.
Il declino delle nascite non riguarda quindi solo la demografia, ma interroga il futuro del welfare e dei servizi per l’infanzia. Dalle rilevazioni di Istat infatti emergono chiaramente quali sono le priorità per invertire la rotta: sostegno economico (28,5%), potenziamento dei servizi per l’infanzia (26,1%) e agevolazioni abitative (23,1%).
Uno degli aspetti critici che emergono dalle rilevazioni quindi è anche quello relativo alla presenza e disponibilità di posti in asilo nido. Come abbiamo raccontato in passato infatti è proprio dove queste strutture mancano che le madri incontrano maggiori difficoltà a rimanere nel mercato del lavoro.
Senza interventi strutturali e integrati che facilitino la conciliazione tra vita e lavoro e che garantiscano stabilità economica ai giovani, difficilmente si potrà invertire la tendenza.
Per leggere l’approfondimento completo si veda: In Italia il numero di nati è al minimo storico
