Pubblicata l’indagine “Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17-19 anni in Italia” realizzata dal Forum Disuguaglianze e Diversità con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo nell’ambito del progetto A prova di futuro! Giovani e protagonismo.

La ricerca ha coinvolto circa 3mila studenti e studentesse in 21 scuole italiane tra il 2023 e il 2026 grazie al Programma di Educazione per le Scienze Economiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, e ha permesso di affrontare alcune domande sulle preoccupazioni, le consapevolezze e l’impegno di questa delicata fascia d’età.

La mancanza di lavoro e il contesto internazionale le preoccupazioni più acute

I dati raccolti confermano un’alta preoccupazione per il futuro. In cima alla lista c’è la “mancanza di lavoro” (3,8 punti su 5), seguita da “guerra” (3,6), “diritti delle persone” e “scarso peso della voce dei giovani” (3,5). Ampio il divario percepito dai e dalle giovani rispetto alla generazione dei genitori: solo le preoccupazioni per “guerra” (3,6) e “mancanza di lavoro” (3,3) sono ritenute condivise, mentre è diffusa la convinzione che non interessi loro il mancato peso della propria voce, così come poca attenzione alle ingiustizie sociali e ambientali.

“Classe sociale” supera “reddito” tra le matrici di disuguaglianza e iniquità

Il “colore della pelle” (69%, con valori più alti al Nord), è la prima associazione alle disuguaglianze e le ingiustizie, seguita dal “genere” (52,8%). Molto vicino il ruolo attribuito alla “classe sociale” (50,9%, con valori più alti al Sud), ben più del “reddito” (37,7%): viene così smentita una presunta disattenzione al concetto di classe.

L’economia estrattiva supera la somma dei comportamenti individuali nelle responsabilità per la crisi climatica

Sul fronte della giustizia ambientale, forte è la responsabilità del collasso climatico attribuita ai comportamenti individuali (3,9 su 5), ma al primo posto viene indicato il modo di produzione estrattivo (4,1), anche qui rilevando una significativa capacità di valutazione sistemica. Assai minore il ruolo riconosciuto alle politiche (3,5). Queste medie sono trainate da una forte concentrazione di risposte sui valori più alti della scala (4 e 5), mentre nel caso dell’intervento statale e della curiosità umana compaiono più spesso punteggi intermedi, segno di un’opinione meno unanime.

Queste evidenze smentiscono sia la tesi di un’insensibilità sociale e ambientale della nuova generazione, sia quella di una loro difficoltà nel concettualizzare i termini della crisi attuale.

Percezione di irrilevanza e distanza dalle istituzioni

Troviamo però una sfiducia importante nella possibilità che la propria voce conti e nella capacità delle organizzazioni di contribuire al cambiamento.

In primo luogo, alla domanda “la tua voce conta in Italia?” i risultati raccontano di una forte sfiducia: l’81,5% è in disaccordo con questa affermazione, contro il 18,4% in accordo. Con uno scarto eclatante rispetto alla media della popolazione italiana (41%) rilevata da Eurobarometro nel 2023.

Il 59,8% considera l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea “una buona cosa” (74% la media nella fascia 15-24 degli Stati Membri), ma tanti e tante sono indifferenti o non hanno un’opinione al riguardo (sommando le quali si arriva al 30,5%).

Questo giudizio relativamente favorevole all’UE non sembra però tradursi in “senso di appartenenza”, visto che questa raccoglie il punteggio più basso – l’unica sotto il 3 con un punteggio di 2,7 (su 5)  – tra tutte le opzioni messe a disposizione per rispondere alla domanda “Quanto ti senti parte di”, venendo superata, in ordine crescente di preferenza, da “mondo” (3,1), “regione” (3,2), “nazione” (3,3) e “città” (3,4).

Organizzazioni come impermeabili e inefficaci

Sul  fronte del proprio impegno personale nell’affrontare le ingiustizie sociali e ambientali, emerge una forte preferenza per le azioni individuali (4 a “corretto uso delle risorse”, 3,7 a “voto alle elezioni”, 3,4 a “consumi consapevoli”, 3,1 a “denunzia all’autorità di atti ingiusti”), mentre tutte le azioni collettive, attraverso partiti, mobilitazioni, associazioni, manifestazioni, sono giudicate negativamente dalla maggioranza (con valori medi fra 1,8 e 2,4). Il volontariato occupa una posizione intermedia. La diffidenza verso le organizzazioni nasce dalla percezione che esse “hanno una loro agenda”, “non ascoltano la voce dei/delle nuovi/e entranti” o “sono inefficaci” ma anche dal timore del giudizio e della derisione da parte dei propri e delle proprie pari.

Anche tra chi è massimamente preoccupato/a per le disuguaglianze sociali, il gruppo che registra la più alta propensione ad attivarsi in forme organizzate, rimane una netta preferenza per l’azione individuale.

La proposta di eredità universale

A mostrare la strada per riattivare l’interesse giovanile per l’azione pubblica è la reazione raccolta su una politica pubblica concreta: l’eredità universale al compimento dei 18 anni, avanzata dal ForumDD sin dal 2019. Non solo il 74,6% si dichiara favorevole, ma anche quando sull’universalità della misura e sull’ipotesi di non condizionarne l’uso il consenso si riduce (al 46%, nel primo caso, e 61% nel secondo), in ogni incontro si è aperto un confronto rigoroso e argomentato fra le due posizioni. Questo mostra quanto si guadagnerebbe a discutere le politiche “per” i giovani “con” i giovani.

In conclusione

Dalle risposte emerge un potenziale di sensibilità e consapevolezze che non ha la fiducia di tradursi in un impegno collettivo. Questo parla a tutte le organizzazioni sociali, del lavoro e politiche del Paese, che a quel potenziale grande non riescono a rivolgersi.

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